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La frase “Ho acquistato second hand” oggi ricorre sempre più spesso. A volte viene usata come semplice descrizione di quella che è ormai un’abitudine, altre come segnale di attenzione all’ambiente e altre ancora come un piccolo motivo di orgoglio.
Comprare usato può sembrare automaticamente una scelta più responsabile: si allunga la vita di un capo, si evita l’acquisto di un altro e si partecipa a una forma di riuso più sostenibile, almeno all’apparenza.
Tuttavia, usato e sostenibile non coincidono necessariamente. Per capire se quell’acquisto ha davvero senso bisogna guardare più a fondo: quante cose compriamo, con quale frequenza, che tipo di capi scegliamo e se quell’acquisto sostituisce realmente un prodotto nuovo oppure si aggiunge semplicemente a tutto il resto.
In alcuni casi, l’acquisto second hand può rafforzare la percezione di fare una scelta sostenibile, anche quando non comporta una reale riduzione dei consumi. È il meccanismo psicologico del moral licensing che entra in gioco. Di cosa si tratta?
Quando compiamo un gesto che percepiamo come “giusto”, possiamo essere portati a ridurre il livello di attenzione nelle scelte successive. Nel caso della moda questo può tradursi in: compro usato, mi sento più sostenibile, quindi mi concedo più facilmente un altro acquisto.
Il boom dell’usato non ha fermato il consumo di vestiti
Il successo del second hand è reale. Negli ultimi anni il mercato dell’usato ha registrato una crescita significativa, anche grazie alle piattaforme online che hanno reso la compravendita di capi più veloce, semplice e accessibile. Ma questo non significa automaticamente che stiamo comprando meno. Ed è proprio qui che sta il paradosso.
Da una parte, infatti, i marchi, pur promuovendo il riuso, continuano a produrre a volumi record. Solo nel 2023 l’industria ha generato tra 2,5 e 5 miliardi di capi in eccesso, per un valore stimato tra 70 e 140 miliardi di dollari.
E poi, c’è un altro indicatore, quello per cui le persone comprerebbero sia nuovo che usato. Da una ricerca pubblicata su Nature risulta, infatti, un dato interessante. Tra il 2020 e il 2024, il 37,2% degli intervistati ha dichiarato di aver aumentato le donazioni di abbigliamento. A prima vista potrebbe sembrare un segnale positivo. Il punto, però, è che nello stesso periodo si registra anche un aumento del 38% degli acquisti di capi nuovi. Questo significa che, spesso, donare non ha sostituito il comprare, ma si è semplicemente aggiunto a un consumo che continua a crescere.
Dove si rompe l’idea di usato sostenibile
La domanda da porsi è semplice: quando un capo usato è davvero una scelta migliore e quando invece no? Spesso si acquista pensando che il solo fatto che prodotti, scarpe, maglioni siano su una piattaforma, in un mercatino o su un’app allora siano assimilabili a una logica di Economia Circolare. Ma la circolarità non è un’etichetta automatica: dipende dalla qualità del prodotto, dalla sua durata, dal valore che conserva e dal modo in cui viene acquistato e rimesso in circolo.
Il rischio, altrimenti, è confondere la sostenibilità con il semplice passaggio di mano. Un capo può essere rivenduto, ricomprato e rientrare in una nuova transazione, ma continuare comunque a far parte di un modello di consumo poco sostenibile. Per questo vale la pena fermarsi su tre domande molto concrete.

È davvero di qualità?
La circolarità non ha a che fare “solo” con la vendita di un capo usato, ma anche con la sua qualità. Un prodotto usato non è automaticamente un buon prodotto. Se un capo nasce con materiali fragili, cuciture deboli, scarsa vestibilità o una costruzione pensata per durare poco, il fatto che venga rivenduto non cambia la sua natura. Cambia il prezzo, il proprietario, ma non necessariamente cambia il suo impatto nel tempo.
In questo senso, la circolarità non inizia con la rivendita, ma molto prima: inizia da come un prodotto è stato progettato, realizzato e pensato per durare.
È vintage o solo “scartato”?
Le pagine abbondano di prodotti di vario tipo. Nella maggior parte dei casi però non sono prodotti vintage con una storia da raccontare, bensì abiti appena acquistati. Se esistono infatti capi vintage che portano con sé una storia, una qualità, un’estetica che resiste nel tempo; esistono anche (e forse più) prodotti che tornano sul mercato quasi subito, magari dopo pochissimi utilizzi o addirittura mai indossati davvero.
E la differenza è centrale. Nel primo caso il riuso ha a che fare con la valorizzazione: un oggetto continua a vivere perché ha ancora desiderabilità e utilità. Nel secondo caso, invece, il second hand non si pone come alternativa alla sovrapproduzione, ma come una sua conseguenza.

Riconosco il suo valore?
La rivendita comporta spesso un abbassamento del prezzo. Tuttavia, abbassare il prezzo non dovrebbe significare azzerare il valore del capo.
Ogni vestito è il risultato di materiali, lavoro, energia, trasporto, progettazione. Quando il second hand si traduce alla sola ricerca del prezzo più basso, si rischia di perdere completamente il senso di questo.
Questo tema vale soprattutto nel caso della moda di alta fascia o del lusso, dove il mercato secondario può diventare enorme senza essere controllato direttamente dai brand che spesso si ritrovano con migliaia di capi in circolazione sui marketplace, a prezzi che non governano.
Il nodo centrale riguarda il modo in cui percepiamo il valore dei capi. Quando un prodotto ci sembra facilmente sostituibile e rapidamente svalutabile, diventa più facile acquistarlo con poca consapevolezza e liberarsene senza riflettere davvero sul suo impatto.
Quando il second hand funziona davvero
Il second hand sta affrontando varie criticità, tuttavia, affermare che non abbia valore sarebbe sbagliato. La soluzione non è quella di mettere in discussione il valore del riuso, bensì di capire in quali condizioni funziona.

La storia dell’usato, in fondo, nasce da una logica di necessità, recupero e valorizzazione e ancora oggi, il mercato di seconda mano può e deve continuare a rispondere a bisogni reali:
- offre la possibilità di accedere, a costi contenuti, a capi che altrimenti sarebbero meno accessibili;
- permette a tanti prodotti non utilizzati di avere una seconda o terza vita;
- evita che una massa crescente di prodotti finisca in discarica.
Al centro del funzionamento del second hand sta l’attenzione all’utilità e non alla novità.
Non dovrebbe alimentare nuove forme di accumulo, ma diventare uno strumento per scegliere con maggiore consapevolezza.
Non è una scusa per accumulare, ma uno strumento per scegliere meglio.
Un esempio virtuoso: Mercatino Franchising
Un esempio di riuso strutturato è quello di Mercatino Franchising, una realtà nata nel 1995 e cresciuta nel tempo con numerosi punti vendita sul territorio nazionale. In questo progetto, al second hand viene restituito il valore che merita: economico, emotivo e ambientale.
È un modo diverso di guardare agli oggetti, meno legato alla logica dello scarto e più vicino a quella della continuità.
Come rendere l’usato una scelta più sostenibile
Compro o non compro? Non è questa la domanda da porsi. La vera questione è: come possiamo fare in modo che l’usato sia davvero una scelta più sostenibile? La risposta passa da un cambio di approccio: bisogna modificare il modo in cui compriamo, valutiamo e usiamo i capi.
Fortunatamente esistono già delle soluzioni che possono indirizzare le scelte e orientare i consumatori: parliamo di slow fashion e upcycling.
Con slow fashion si intende un movimento che si oppone alla logica e ai meccanismi del fast fashion, mettendo al centro un’idea chiave: comprare meno, ma meglio. Scegliere capi durevoli, materiali più affidabili, prodotti pensati per accompagnarci più a lungo e non per essere sostituiti nel giro di poco tempo.
L’upcycling, invece, riguarda direttamente il prodotto. Si tratta di un progetto creativo in grado di dare nuova funzione o estetica ai materiali di scarto senza degradarli. Questo, a differenza del riciclo che trasforma il materiale originario, punta a mantenere e migliorare ciò che già esiste.
Quindi, comprare usato fa bene al pianeta?
La risposta onesta è: dipende. Comprare usato può fare bene al pianeta, ma non automaticamente e non in ogni situazione.
Il paradosso del second hand sta proprio qui. Da un lato il riuso ha un potenziale ambientale reale. Dall’altro, se resta dentro una logica di accumulo, di iper-rotazione e di svalutazione continua dei prodotti, rischia di cambiare il canale di acquisto senza risolvere davvero il problema.
Per parlare seriamente di usato sostenibile, quindi, bisogna guardare più alle nostre abitudini. Il second hand può essere uno strumento utile, ma funziona davvero solo quando si inserisce in una visione più ampia fatta di attenzione, lentezza, riparazione, valorizzazione e consumo più sobrio.
Forse la domanda giusta, allora, non è solo “sto comprando usato?”, ma “sto consumando meglio?”.
E per te, comprare usato è un modo per consumare meglio o rischia di diventare un altro modo per comprare a prezzi vantaggiosi?
FAQ
1. Che cosa si intende per usato sostenibile?
Per usato sostenibile si intende un acquisto di seconda mano che aiuta davvero a prolungare la vita di un prodotto, evitando o sostituendo un nuovo acquisto. Conta non solo il fatto che sia usato, ma anche qualità, durata e utilità reale.
2. Il second hand è sempre sostenibile?
No. Può essere una scelta positiva, ma non automaticamente. Se comprare usato porta a comprare di più, a scegliere capi di bassa qualità o a trattare tutto come facilmente sostituibile, il beneficio si riduce.
3. Qual è il paradosso dell’usato?
Il paradosso è che il mercato del second hand può crescere senza ridurre davvero il consumo complessivo. In alcuni casi, l’usato si aggiunge al nuovo invece di sostituirlo, e così perde parte del suo valore ambientale.
4. Come capire se un prodotto usato è davvero una buona scelta?
Conviene guardare qualità, stato del capo, possibilità di usarlo a lungo, frequenza con cui lo indosserai e reale necessità. La domanda più utile è: mi serve davvero o lo sto comprando solo perché costa poco?
5. Che differenza c’è tra second hand, slow fashion e upcycling?
Il second hand riguarda la rivendita di prodotti già usati. La slow fashion punta a consumare meno e meglio. L’upcycling, invece, trasforma ciò che esiste già per dargli nuova vita e nuovo valore.
